Errata corrige

07 Gennaio 2008 - 04:01

Dopo aver finito la lettura del libro di De Crescenzo citato nell’intervento precedente, ho riflettuto un po’ sull’argomento e ne ho dedotto alcune conclusioni inaspettatamente opposte alla premessa. In breve, io non sono esattamente un pressappochista. Magari lo sono, ma a tratti, solo in alcuni ambiti; in verità, nell’approfondire il piccolo ed ironico trattato del nostro filosofo italiano contemporaneo, mi sono trovato spesso in disaccordo con ciò che espone, dunque alla fine son giunto alla seguente:

tendenzialmente io sono un maledetto assolutista.

Dico tendenzialmente perché, ripeto, in alcune cose incarno perfettamente la filosofia del pressappoco, tuttavia la maggior parte degli altri aspetti della mia personalità sono decisamente assolutisti. L’ho appurato facendomi un esame di coscienza, mentre notavo che il libro mi è parso sempre un po’ perbenista, decisamente poco cinico per i miei gusti… senza nulla togliere al caro Luciano, che notoriamente la sa lunga su tante cose. Molti degli aneddoti raccontati dallo scrittore mi son sembrati molto, troppo accostabili a dei banali luoghi comuni, assolutamente antitetici al mio modo di pensare. Sarà anche che il modo stesso con il quale è scritto il libro è pressappochista, e già solo il fatto che questo non mi abbia entusiasmato, fa di me un non-pressappochista, ossia un assolutista.

Si, devo ammetterlo, lo sono, senza alcun dubbio. Io amo avere sempre le risposte pronte, amo assumere posizioni ferme, pur non precludendomi mai la possibilità di riconsiderarle. Metto sempre tutto in discussione, ma do sempre un’enfasi particolare al mio punto di vista, assumendo che sia maturato in seguito ad un razionale iter di pensieri ben definiti. Odio l’indecisione e la volubilità, preferisco la precisione all’approssimazione.

Se non altro, il simpatico libriccino mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me stesso, e mi ha sicuramente dato una lezione di obiettività.

Mau aveva ragione, ma ad ogni modo il libro lo consiglio lo stesso perché è squisitamente sarcastico.



Elogio del pressappoco

27 Dicembre 2007 - 16:12

Il pressappoco non è solo un avverbio, è anche un modo di intendere la vita. Io amo gli uomini che amano il pressappoco e odio, o per meglio dire non mi sono simpatici, quelli che hanno le certezze assolute. Detto con parole ancora più semplici, amo tutti quelli che parlano, che ascoltano e che usano le paroline ” quasi”, “forse” e “circa” una frase sì e una no. In pratica, amo quelli che attendono qualche secondo prima di parlare e che di tanto in tanto cambiano parere.

Ieri ho incontrato una donna che mi è sembrata pressappoco bella, poi, quando ci siamo salutati, mi è sembrata ancora più bella di prima. Chissà perché, mi sono chiesto, non me nesono accorto subito. Sarà stato per il caffè che ci siamo presi insieme, seduti a un tavolino del bar in largo Corrado Ricci. Per qualche minuto siamo rimasti l’uno di fronte all’altra, poi è arrivato il cameriere e io l’ho guardata con maggiore attenzione. Alla fine, quando se n’è andata, ho capito che era più bella di prima. Ergo: prima di emettere un giudizio bisognerebbe attendere.

Chi ama il pressappoco è quasi sempre una brava persona più disposta ad ascoltare che a parlare. I grandi fetenti, invece, gli Hitler e gli Stalin, non erano capaci di restare in silenzio. Loro preferivano dare ordini. Pazienza, poi, se a seguito di questi ordini qualche milione di persone ci rimetteva la pelle. Hitler, in particolare, odiava chiunque fosse ebreo senza nemmeno chiedersi perché lo odiasse tanto. L’idea, però, di farlo fuori insieme ad un altro milione di suoi simili, gli procurava un piacere molto simile all’orgasmo.

Quando incontro qualcuno che non conosco, la prima cosa che mi chiedo è se ho a che fare con un “pressappochista” o con un “assolutista”, dopodiché mi regolo di conseguenza. Fisicamente parlando, l’assolutista ha lo sguardo opaco. Raramente guarda negli occhi la persona che ha di fronte e quando esprime un concetto non impiega mai più del tempo strettamente necessario. Lui, il maledetto, ha già tutte le risposte preconfezionate e non vede l’ora di sbatterle in faccia a qualcuno. L’unica cosa che gli da fastidio è il dubbio, sia il suo che quello degli altri.

Riassumendo, a forza di frequentare il prossimo, è nata dentro di me la filosofia del pressappoco.

Ora, però, per non fare confusione, elencherò qui di seguito, e sempre in ordine di pericolosità, i principali nemici del pressappoco. [...]

Essi sono: i religiosi, i politici, gli innamorati e i tifosi di calcio.

Da “Il pressappoco” di Luciano De Crescenzo.

Libro regalatomi da mio padre dopo averlo visto per caso esposto in una libreria. Le sue parole, subito dopo aver scartato la confezione regalo, sono state “ho visto il titolo e non ho potuto non pensare pressappoco = stefano“. Geniale :-D



Isaac Asimov - Il Ciclo delle Fondazioni

04 Novembre 2007 - 15:11

Ho di recente finito questa raccolta di quattro romanzi del professore, e sono rimasto estasiato dall’enormità delle proporzioni di questa saga.

Immagine di Il ciclo delle FondazioniCon una dovizia di particolari ed un’attenta consistenza dei dettagli, il luminare della fantascienza russo-americano ci racconta le vicende di una galassia perfettamente collocata nel tempo e nello spazio, dominata da un decimillenario Impero Galattico che ha unito sotto la propria ala milioni di mondi, tutti colonizzati da una sola razza intelligente, quella umana. Proprio l’inenumerabile popolazione umana presente in tutta la galassia ha permesso ad un esponente, lo storico Hari Seldon, lo sviluppo di una nuova dottrina chiamata “psicostoria” che permette, tramite la statistica e la matematica, di delineare con precisione le possibili alternative storiche future in cui l’umanità potrebbe imbattersi. Una di queste alternative, con probabilità assoluta, è l’imminente crollo dell’Impero Galattico, che porterebbe a trentamila anni di barbarie e caos che dilanierebbero l’esistenza di tutta la galassia. Per limitare questa terribile conseguenza, Hari Seldon, destinato a diventare una sorta di profeta, crea due Fondazioni ai lati opposti della galassia: la Prima Fondazione, pubblica e responsabile della conservazione e dello sviluppo del patrimonio tecnologico, e la Seconda Fondazione, segretissima, elitaria e formata solo da “psicostorici”.
Nello svolgersi dei quattro romanzi, il lettore apprenderà in che modo i previsti trentamila anni di caos verranno ridotti a solo mille tramite un turbolento ed avvincente inter-regno della Fondazione (la Prima, nonché l’unica conosciuta), segnato da periodiche crisi e successive risoluzioni, che si avvicenderanno quasi tutte nel modo previsto dal profeta Hari Seldon.

Uno degli aspetti a mio avviso più importanti dei romanzi Sci-Fi è il modo di descrivere le ambientazioni, che essendo solitamente di carattere molto fantasioso ed avveniristico sono spesso difficili da figurare, e quando ciò succede si hanno conseguenti difficoltà nel seguire i personaggi e le loro azioni.
In questo, Asimov è abbastanza moderato: non è eccessivamente prolisso come accade spesso e volentieri nelle produzioni classiche (tipo quella di Tolkien), ma non è nemmeno troppo virtuoso o funambolico come il postmoderno Philip K. Dick, che si lasciava volentieri andare ad una psichedelia che stordisce letteralmente.
Lo stile di Asimov invece è scorrevole e costante, non ha sbalzi eccessivi nel ritmo, e si riesce a seguire molto facilmente. La cura dei particolari, ma sopratutto la consistenza dei dettagli tra un volume e l’altro della raccolta, sono assolutamente eccezionali. Non troverete mai un elemento di incoerenza o una falla nella trama di tutta l’opera, la quale sembra davvero un enorme disegno, talmente grande dal sentirsene completamente avvolti.
In quest’ambito Isaac Asimov è stato un fondamentale mentore per George Lucas, ed infatti la saga cinematografica di Guerre Stellari ha in comune molte analogie con quella della Fondazione, sia per tematiche che per espressività. Gli aspetti sociologici, i valori morali, e l’emotività dei personaggi la fanno da padrone, accompagnati da un contesto di proporzioni bibliche, nello svolgersi di questa appassionante epopea iper-galattica.

Una pietra miliare assoluta della narrativa in genere, non solo sci-fi.



Le Cinque Sorelle

26 Ottobre 2007 - 22:10

<< Vedete quel pentagono quasi regolare formato da cinque stelle di luminosità pressoché uguale? Le chiamiamo le Cinque Sorelle. Sono là, proprio sopra il profilo degli alberi, le vedete? >>

<< Simboleggiano il successo in amore; non c’è lettera d’amore che non termini con un pentagono formato da puntini. >> [...]

<< Vedete quella stella molto meno lucente, circa al centro del pentagono? Quella rappresenta l’amore non corrisposto. La leggenda dice che un tempo era brillante come le altre, ma che la sua luce si affievolì a causa del dolore. >>

Dopo un attimo di contemplazione, riprese il suo cammino…

Tratto da Isaac Asimov - L’Orlo della Fondazione